Lavoro agile e trasformazione digitale: così le ONG rispondono alla crisi delle donazioni

Lavoro agile e trasformazione digitale come prima via di uscita per superare la crisi delle donazioni: è la risposta del 72% delle organizzazioni che hanno partecipato all’indagine di Open Cooperazione sull’impatto che il Covid-19 ha avuto sulla cooperazione internazionale.

Calano le donazioni: cambiare è indispensabile

Le ONG scelgono di riorganizzare gli spazi e le modalità di lavoro: nel 58% dei casi, dopo averlo sperimentato forzatamente soprattutto durante la prima ondata, hanno deciso di rendere strutturale lo smart working e più di 4 su 10 dichiarano di aver reso strutturale l’impiego di strumenti di condivisione del lavoro a distanza. Si ferma a poco meno del 36% la spinta a semplificare i processi decisionali e a migliorare i meccanismi di delega, ma anche qui la tendenza sembra chiara.

Per imprimere l’energia della svolta a un cambiamento che si preparava da tempo ci è voluto insomma il calo drastico delle donazioni di quest’ultimo anno. Il 68% delle organizzazioni che hanno partecipato all’indagine prevede infatti per il 2020 un bilancio in perdita (il 28% tra 0-10%, il 20% tra 10-20%, mentre un altro 20% perderebbe più del 20%) e l’81% ha già registrato un calo della raccolta fondi da privati.

Nel contesto della pandemia, le priorità dei donatori sono rapidamente cambiate: gli italiani hanno diretto la propria solidarietà verso gli ospedali, la protezione civile e il settore sanitario in genere, in prima linea nel combattere il virus. E’ vero che le ONG sono sempre più impegnate anche sul campo in Italia, ma restano ancora conosciute principalmente per il lavoro che svolgono all’estero e questo le ha penalizzate.

In questo contesto, quasi 6 organizzazioni su 10 hanno cambiato o rinnovato la propria strategia e le priorità. Lo hanno fatto identificando nuove aree tematiche di intervento (51%) e mettendo in campo specifici progetti legati all’emergenza Covid-19 (61%). Finanziarsi però è diventato difficilissimo: solo il 37% è riuscito ad ottenere finanziamenti istituzionali per i progetti dedicati alla pandemia e le campagne di raccolta fondi straordinarie non sono riuscite a compensare il calo drastico delle donazioni.

Il trend prima del Covid: donazioni alle ONG in crescita da tre anni

Open Cooperazione ricorda che, alla vigilia della pandemia, solo dodici mesi fa, si chiudeva un anno del tutto positivo per le organizzazioni italiane impegnate nella cooperazione internazionale e nell’aiuto umanitario. Superava un miliardo di euro il valore economico delle ONG con un ulteriore incremento del 3% rispetto al 2018 che andava a consolidare la crescita del 19% sull’ultimo triennio. Il trend era in piena crescita anche per quanto riguarda le risorse umane impiegate nel settore: si registrava un più 11% dal 2018 e più 21% sul triennio.

Le entrate della cooperazione italiana nel 2019

Le entrate registrate dalle principali ONG italiane nel 2019 sono arrivate a 1.022.838.429 di euro provenendo per il 62% da donatori istituzionali (Agenzia italiana per la Cooperazione AICS, MAECI, Unione Europea, Nazioni Unite) e per il 38% da donatori privati.
I fondi privati, oltre a derivare dalle donazioni liberali individuali, sono giunti per il 35% attraverso il canale fiscale del 5×1000, da donazioni o partnership con le aziende (26,7% in calo di 4 punti), dalla filantropia delle Fondazioni (29,7% in aumento di quasi 5%) e dalle chiese (8,7%).

Sempre nel 2019 i bilanci economici delle 10 più grandi ONG italiane erano cresciuti di 28 milioni di euro (+4,5%).  Save the Children, Fondazione AVSI, Intersos, Unicef e Medici senza Frontiere le prime 5 organizzazioni nella classifica del bilancio.

La ripartenza della cooperazione passa anche dal PNRR

Se la spinta verso l’innovazione e la trasformazione strategica è indispensabile per il futuro della cooperazione internazionale, e le risposte a questa indagine sembrano indicare che è stata imboccata la strada giusta, altrettanto fondamentale è che il Terzo Settore nel suo insieme prenda parte attiva nella discussione relativa al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per l’utilizzo strategico delle risorse del Next Generation EU. Occorrono investimenti, insomma, e un coinvolgimento autentico da parte delle istituzioni, che dovrebbero finalmente riconoscere il ruolo centrale dell’economia sociale nel nostra Paese. Questa sembra la partita più difficile.