La qualità della consulenza resta la prima esigenza dei clienti. Parola di Bill King

Prosegue il confronto con i consulenti che in tutto il mondo fanno parte della rete di Group IFC, a cui abbiamo chiesto di condividere con noi alcune riflessioni su come la pandemia stia cambiando le esigenze delle organizzazioni non profit e – di conseguenza – il lavoro dei consulenti che le affiancano.

Dopo le interviste con John Baguley, fondatore e presidente di Group IFC, e Sam Kayongo, direttore di IFC Tanzania, ecco il nostro scambio con Bill King, direttore e CEO di IFC UK. Bill ha una più che ventennale esperienza nella raccolta di fondi, maturata all’interno di numerose organizzazioni non profit e poi come consulente.

Bill, che impatto ha avuto la pandemia sul tuo lavoro?

All’inizio diversi clienti hanno fermato o rallentato i loro progetti e questo ha ridotto la nostra attività per tutta la primavera e l’inizio dell’estate 2020. Nel corso dell’estate però abbiamo iniziato a lavorare con un diverse NGO’s, soprattutto internazionali, tra cui la WHO Foundation per un progetto davvero interessante.

Il cambiamento più grande per la maggior parte delle persone è stato il passaggio al lavoro in remoto. È vero che noi di IFC non abbiamo mai avuto uffici centrali e che i nostri consulenti già lavoravano da casa, ma eravamo anche abituati a viaggiare e a spostarci spesso per incontrare clienti e potenziali clienti. Questa impossibilità di vederci ci ha sfidati da subito. Personalmente in 10 mesi ho avuto solo tre incontri dal vivo… tutto il resto è avvenuto via zoom o piattaforme simili.

Pensi che le esigenze dei clienti siano cambiate? Qual è lo scenario nel Regno Unito?

Fondamentalmente le esigenze sono rimaste le stesse: trovare consulenza di alta qualità ed essere guidati ad accrescere la propria raccolta fondi. Sono le circostanze ad essere davvero uniche. 

Nel Regno Unito il settore è stato colpito duramente dal venir meno di grandi eventi come la London Marathon, che consentiva di raccogliere molto denaro, e tante realtà non profit in questa condizione possono solamente cercare di sopravvivere. Conosco da vicino un’organizzazione, una delle principali del Regno Unito, che ha dovuto mettere in esubero un terzo dello staff di tutti i propri team di lavoro.

Negli ultimi tempi iniziamo a vedere organizzazioni che riprendono a pensare oltre la sopravvivenza, anche i vaccini aiutano in tal senso, ma stiamo ancora vivendo giorni di fragilità.

In questa situazione che cosa ha significato il fatto di essere parte di un network internazionale come IFC Group?

Come accennavo all’inizio, in questa fase i clienti internazionali ad avere bisogno di supporto e consulenza sono stati sempre di più. I nostri legami tra professionisti di diversi paesi europei (e non solo) e il sapere di poter contare su esperienze e competenze diverse è stato cruciale perché ha consentito e consente di andare incontro al meglio alle esigenze di questi clienti.

Torniamo al lavoro da remoto: che esperienza è stata ed è per te, tra problemi tecnici e difficoltà di interazione? 

Per me è stata una sorpresa scoprire quanto si può fare virtualmente, incluso il “networking”. Prima del Covid organizzavamo con regolarità incontri tra Direttori del Fundraising: un modo per fare rete che una volta arrivata la pandemia abbiamo provato a trasferire online… inizialmente era solo un esperimento, non sapevamo se avrebbe funzionato. Siamo rimasti positivamente stupiti dalla risposta che abbiamo raccolto e tuttora portiamo avanti questi incontri periodici in remoto. Penso che le persone diano valore alla possibilità di condividere le loro esperienze tra pari anche se non possono incontrarsi faccia a faccia.

Certo lavorare in questa modalità significa imbattersi in qualche problema tecnico di scarsa connessione – o in qualche gatto curioso che irrompe sulla scena! – ma siamo tutti nella stessa situazione ed è normale accettare questo tipo di contrattempi!

Se dovessi dire qual è la lezione più importante appresa nell’anno alle nostre spalle? 

Che molte moltissime cose si possono fare da remoto, compresi formazione e workshops strategici, ma restano limiti che non si possono ignorare. 

Immagino che quando torneremo alla normalità viaggeremo meno di prima, ma le occasioni di interazione dal vivo sono davvero importanti e non vedo l’ora di ricominciare.