Che sia davvero smartworking! Le opportunità per il Terzo Settore

Ne siamo più o meno tutti testimoni, molti di noi – anzi – veri protagonisti: la svolta epocale che la pandemia da Covid 19 ha imposto alle modalità di lavoro del nostro paese ha trasformato in realtà per almeno 8 milioni di italiani nell’arco di poche settimane quello che una legge (la n°81 del 2017) aveva di fatto solamente “immaginato”… lo smart working.

È vero, siamo ancora in attesa di comprendere se questa brusca accelerata del cosiddetto lavoro agile manterrà le promesse in termini di miglioramento della qualità della vita, dell’ambiente e dell’economia. Ed è vero che le condizioni concrete con cui abbiamo affrontato (e stiamo affrontando) questo cambiamento sono fortemente connotate dall’urgenza e dalla necessità di garantire continuità al lavoro in un contesto di crisi, concedendo poco spazio a una riflessione sulla qualità della trasformazione che stiamo vivendo.

Tuttavia il dado è tratto. E lo è in particolare per il Terzo Settore, tra i più toccati da questa rivoluzione. Qualche ragionamento sul tema è ormai d’obbligo.

Che cosa è successo

Secondo il sociologo Domenico De Masi, che di smart working parla nelle sue ricerche da almeno due decenni, la tragedia ci ha obbligati a un “esperimento globale”. E guardando ai numeri non si può dargli torto: in un brevissimo lasso di tempo si calcola che ben tre miliardi di persone in tutto il mondo siano passate a lavorare in remoto.

Il rapporto IstatSituazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19 mette in evidenza come lo smart working sia stato fra gli strumenti maggiormente utilizzati per contenere gli effetti negativi dell’emergenza in Italia. Tra le medie e grandi imprese, in particolare, il “lavoro agile” compare come la misura più diffusa.

Sempre secondo l’Istat la quota di lavoratori in lavoro a distanza è passata dall’1,2% per cento di gennaio-febbraio 2020 all’’8,8% per cento fra marzo e aprile e il passaggio verso un maggiore utilizzo della connessione virtuale -interno ed esterno al luogo di lavoro- è stata la principale soluzione strategica adottata dalle imprese italiane che hanno continuato a operare anche durante il lockdown.

I dubbi, le sfide

Il blog Econopoly del Sole 24 Ore si pone alcune domande cruciali: i numeri di questa “prova generale” sono importanti ma vogliamo parlare davvero di smart working o ci accontenteremo solo del telelavoro? 

“Non possiamo non cogliere – si legge – la sfida di riflettere programmaticamente su come far collimare queste modalità di lavoro con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, in particolare il n.8: promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena occupazione e il lavoro dignitoso per tutti”… altrimenti sarà “solo greenwashing del lavoro”.

Serve al più presto fare il punto sul diritto alla disconnessione del lavoratore, serve un ripensamento della contrattazione sindacale, un nuovo modo di concepire il lavoro “straordinario”, la capacità di allocare i costi del lavoro in una prospettiva diversa e un po’ visionaria. Perché ad esempio non abbandonare alcuni benefit tradizionali e prevedere piuttosto la possibilità di “allocare budget sull’acquisto di attrezzature high tech di cui dotare tutti i dipendenti o su progetti di proficua collaborazione con territori e terzo settore, volti ad accrescere la risposta smart delle grandi città e dei piccoli centri?”.

Le opportunità per il Terzo Settore

Di certo, per parlare di smart working si deve avere l’obiettivo di una gestione “win-win”, di mutuo beneficio per lavoratore e datore di lavoro. Si è molto parlato a questo proposito del ruolo chiave della fiducia che deve caratterizzare il rapporto tra i due (un aspetto su cui il nostro paese aveva dimostrato fino all’epoca pre Covid di non brillare moltissimo) e di come un aumentato benessere organizzativo abbia come conseguenza una netta crescita della produttività e il raggiungimento di risultati che vengono prefissati.

Si tratta di riflessioni ancor più vere nel contesto del non profit, dove l’elemento dell’adesione alla causa, il coinvolgimento e la partecipazione individuale alla mission dell’organizzazione possono fungere ancor più decisamente da collante in un assetto lavorativo a distanza.

Ma per il Terzo Settore forse c’è una ragione di ancor maggior interesse verso lo sviluppo e l’istituzionalizzazione dello smart working: offrire una maggiore flessibilità sul lavoro potrebbe infatti rivelarsi come uno strumento fondamentale per attrarre, reclutare e trattenere i migliori talenti della raccolta fondi

Secondo un articolo dal titolo Why charities need to offer better flexible working options pubblicato in tempi non sospetti, a ottobre 2018, dal blog inglese TPP Recruitment, il lavoro flessibile è la caratteristica più apprezzata in un’offerta di lavoro da ormai diversi anni, almeno sul mercato inglese, e viene ancor prima della valutazione salariale.

“Il vantaggio chiave per le organizzazioni del Terzo Settore – si legge nell’articolo – sarà la capacità di ampliare notevolmente il ventaglio di potenziali dipendenti. La demografia della forza lavoro sta cambiando rapidamente; una popolazione che invecchia significa che molte più persone sceglieranno di lavorare oltre l’età pensionabile tradizionale, ma probabilmente preferiranno lavorare con orari ridotti o flessibili. E i giovani laureati esperti di tecnologia che entrano nel mercato si aspettano la flessibilità necessaria per lavorare quando e come lo desiderano. Offrire una maggiore flessibilità può inoltre aprire ruoli a candidati di altri paesi o che non sono in grado di spostarsi”.

Insomma, i tempi sono maturi. E anche ricchi di opportunità.