Crisi e spinta verso il cambiamento. Giangi Milesi, “Le ragioni della speranza”

Felici e onorati di ospitare l’editoriale di Giangi Milesi, presidente della Confederazione Parkinson Italia e vicepresidente di Fondazione Pubblicità Progresso. Uno sguardo lucido sui tempi attuali e quelli che ci attendono.

Le ragioni della speranza

Ci si può fidare delle previsioni? Nel 1994, quanti commentatori previdero che la discesa in campo di Berlusconi sarebbe stata coronata dal successo? Ne ricordo uno solo che non lo diede per spacciato.

Vent’anni fa lavorai a una campagna di raccolta fondi incentrata sull’introduzione fisica dell’Euro il 1° Gennaio 2002: “Il primo Euro per la solidarietà mondiale”. Siccome puntavamo a una connotazione non economicista dell’Euro, decidemmo di sondare preventivamente alcune personalità che si dimostrarono scettiche. In effetti, sia la Commissione Europea che i media italiani si occupavano poco di come affrontare il cambiamento, eccezion fatta per il gradimento della grafica delle banconote. Questo ingannò gli esperti consultati. E noi con loro. Così rinunciammo al progetto, temendo la concorrenza della potente campagna svuota-tasche “l’ultima buona azione della Lira per la ricerca sul cancro”, ma soprattutto temendo che il cambio Lira-Euro sarebbe passato quasi inosservato. Previsione comunque sbagliata, nel bene o nel male.

Non suggerisco di non preparare scenari post Covid19, ma di studiarli con la consapevolezza che se si realizzano è solo per il “fattore c…”, perché quello che succede a seguito delle catastrofi è imprevedibile. Quando diciamo niente sarà più come prima, dobbiamo crederci.

Pensiamo alla sorprendente ricostruzione del ponte Morandi. Figuriamoci quali conseguenze inaspettate porterà una tragedia epocale che ha sconquassato la vita umana sull’intero pianeta. Chi non può testimoniare casi di sburocratizzazione, dematerializzazione, informatizzazione che nella normalità avrebbero richiesto templi biblici? Si calcolano quante imprese non potranno riavviare le produzioni, ma si considerano quante imprese stanno lavorando a pieno ritmo in produzioni del tutto nuove, diverse dalle precedenti?

Occupandomi di persone con malattia di Parkinson, posso testimoniare che, mentre si combatte il Coronavirus nei reparti di terapia intensiva, nelle retrovie milioni di persone fragili subiscono disperate lo scombussolamento del sistema sanitario. Ma nella tragedia è successo il miracolo: nel frammentato mondo del Parkinson si è realizzata in pochi giorni la prima rete di medicina collaborativa. Un impulso alla teleassistenza e alla telemedicina dopo decenni di chiacchiere. Una spinta formidabile a un cambiamento culturale: la Confederazione delle associazioni dei pazienti, una farmaceutica, un’istituzione pubblica prestigiosa, una fondazione privata, tutti insieme a sperimentare l’approccio olistico, bio-psico-sociale alla cura.

Ecco, possiamo compiere altrettanti miracoli rafforzando i valori della fraternità, della fiducia, della competenza. Contrastando la vanità, l’arroganza, la faciloneria.

Sembra irragionevole, ma mentre tutti gli indicatori prevedono il peggio, non possiamo farci travolgere dal pessimismo; dobbiamo alimentare la speranza.

«Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà» era il motto di Antonio Gramsci. E’ la medesima ambivalenza della Laudato sì di Papa Francesco; l’enciclica della consapevolezza del rischio di estinguerci e della speranza per un nuovo inizio.

Marco Vitale per spiegare come un manager diventa leader, cita Socrate:

«…io non dico affatto che anche questo si impara osservando o avendolo ascoltato una volta sola, ma affermo che per chi intende riuscire in questo c’è bisogno di educazione, di possedere una buona natura e, cosa più importante di tutte, di diventare divino. Non sono del tutto convinto che questo bene, comandare a gente che obbedisca volentieri, sia del tutto cosa umana, ma mi pare divina; chiaramente è data a coloro che veramente sono iniziati alla virtù. Invece mi pare che il comandare tirannicamente, su gente che si ribella, gli dei lo impongono a coloro che ritengono di vivere come Tantalo nell’Ade, che si dice passi tutta l’eternità nel timore di morire una seconda volta».

C’è un’altra urgenza che potrebbe trarre impulso dalla tragedia e che ci riguarda da vicino come professionisti della comunicazione: utilizzare precise parole.

Il primo esempio che mi viene in questo contesto è che associamo la resilienza alla metallurgia (mi piego ma non mi spezzo) ma la parola viene dal verbo latino resalio. Il danno c’è stato e niente sarà come prima. E la resilienza, come nell’arte giapponese Kintsugi abbraccia il danno e trova un rimedio che invece di nasconderlo lo valorizza.

La prima parola da correggere è il distanziamento sociale. Come sostiene Toni Muzi Falconi dovremmo definirlo “distanziamento fisico” e mobilitarci perché non diventi “sociale”. Distanziamento fisico e avvicinamento sociale.

Giangi Milesi

Presidente Confederazione Parkinson Italia

Vicepresidente Fondazione Pubblicità Progresso

Credits: la foto è di Livio Senigalliesi, scattata in Sud Sudan (2000)