Donazioni a picco a causa dell’emergenza: dati e prospettive future

C’è un 11% delle organizzazioni del settore non profit che segnala una contrazione del 100% della propria raccolta fondi, mentre un altro 40% denuncia un calo superiore al 50%: è l’impressionante effetto dell’emergenza Covid-19, che se da un lato ha fatto registrare un’impennata delle donazioni rivolte all’ambito sanitario e ospedaliero, dall’altro sta lasciando indietro molti altri settori che oggi guardano al futuro con grande incertezza.

I dati provengono dal monitoraggio #ILDONONONSIFERMA, presentato durante la conferenza stampa online del 17 aprile dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) e dedicato all’andamento delle raccolte fondi degli enti non profit in Italia nel primo trimestre 2020. In meno di due settimane hanno risposto al questionario oltre 130 organizzazioni non profit. 

Come dicevamo, più di un’organizzazione su 10 registra un calo del 100%. E più di 8 su 10 dichiarano un impatto significativo sulla propria raccolta fondi. 

“L’emergenza che stiamo vivendo non è solamente un’emergenza sanitaria ed economica ma anche e soprattutto sociale” ha detto Claudia Fiaschi, Portavoce Forum Nazionale Terzo Settore, nel corso della conferenza stampa. “Un cambiamento di questa portata, nel momento critico che il Paese sta attraversando, avrà conseguenze drammatiche rispetto alla capacità delle organizzazioni di resistere e sopravvivere.”

Il calo delle donazioni desta nel suo insieme grande preoccupazioni e riguarda in particolare la cooperazione internazionale, percepita in questo momento come qualcosa di più lontano rispetto alle esigenze degli ospedali, dell’assistenza domiciliare per le persone più fragili del proprio territorio e in generale a quelle di chi opera a favore delle comunità di riferimento.

A confermare questa tendenza (di cui avevamo già parlato nella nostra recente intervista a Silvia Superbi) ci sono anche i numeri di un’indagine Doxa condotta su un campione rappresentativo di 1.003 individui e illustrata durante la stessa conferenza stampa dell’IID: secondo l’indagine, il 24% della popolazione dichiara di aver fatto una donazione in ambito sanitario e ospedaliero, ovvero circa 10/12 milioni di italiani. Un ulteriore 35% dichiara che farà una donazione nelle prossime settimane, per arrivare a un aumento di circa il 30% rispetto al totale degli italiani che donano ogni anno a fini di ricerca scientifica, sanitaria ed equivalenti.

I dati del monitoraggio dell’Istituto Italiano della Donazione dimostrano anche la capacità di cambiamento del Terzo Settore, come sottolineato dal Segretario Generale Cinzia di Stasio: “Sono molte le ONP che, pur di non chiudere il servizio offerto ai beneficiari, hanno trasformato la propria azione sul campo in relazione da remoto per restare vicino ai beneficiari della propria attività (24%); un 20% ha portato avanti i servizi offerti, seppur soffrendo difficoltà economiche e organizzative. Solo il 7% dichiara di aver dovuto sospendere completamente il servizio”.

Quello che si può concludere è che il Terzo Settore italiano ha dato ancora una volta la prova del suo ruolo strategico nel welfare nazionale, mostrando capacità di reagire e adattarsi alla nuova situazione, che alla vigilia della crisi non potevano darsi per scontate. Tuttavia il calo verticale delle donazioni registrato da tante organizzazioni potrebbe significare la loro non sopravvivenza, con un grave danno per tutto il Paese. Dunque che fare? Come prepararsi al futuro?

Una risposta interessante la suggeriscono Francesca Battistoni e Nico Cattapan che in questi giorni dalle pagine di Vita hanno notato come l’attuale crisi abbia messo in evidenza almeno un paio di “questioni dirimenti che il terzo settore si porta dietro da anni” .

La prima questione riguarda il senso dell’innovazione: “Se è vero che la reazione del terzo settore alla crisi in atto è stata di accelerare il funzionamento dei servizi di comunità e di saper progettare subito e con efficacia, – scrivono – è altrettanto vero che abbiamo così sancito che innovare non è più un’opzione per il tempo che viene, ma è quanto mai necessario per resistere alla crisi e affrontare i cambiamenti in atto”.

E poi c’è una questione di “cambio di prospettiva temporale”: forse non dobbiamo pensare al momento dell’emergenza e a quello del cambiamento come a due fasi lineari e distinte ma “innovare rapidamente (dare risposta nel tempo dell’emergenza) e contemporaneamente alzare lo sguardo per costruire scenari futuri dai quali far derivare strategie possibili”.

 

Foto di kATHRYN rOZIER da Pixabay