Come cambia (se cambia) la comunicazione visiva in tempi di crisi

La capacità di comunicare in modo diretto i propri valori e la propri identità, attraverso il linguaggio dell’empatia e a patto di saper sempre rispettare della dignità delle persone: passa da qui la forza delle immagini secondo Roberto Morelli, fotografo ed esperto di comunicazione visiva con una grande esperienza in progetti per il settore non profit.

La comunicazione per immagini in stato di crisi (in generale) e durante questa pandemia: quali sono le prime riflessioni che vuoi proporci?
Le immagini, da sempre, rappresentano uno strumento di comunicazione efficace, potente, immediato, che può raggiungere tutti indistintamente. La ricetta da seguire è sempre la stessa: prestare la dovuta attenzione alla scelta di immagini alle quali affidiamo un messaggio per noi importante. Su questo entrano in gioco tanti fattori, dal tono di voce che una organizzazione deve sostenere nella propria comunicazione, al target di riferimento per quel tipo di messaggio.
La scelta di una immagine non è mai banale e va pensata e costruita fin dall’inizio. Negli ultimi anni sono molte le emergenze che ci sono passate davanti agli occhi. I social media e i media in generale hanno avuto un ruolo importante nel coinvolgimento del grande pubblico che ha risposto sostenendo le più svariate organizzazioni grazie alla presenza di forti contenuti emozionali. Riassumerei tutto ciò in due parole: immagini ed empatia.

A mio avviso una comunicazione anche cruda ed emotivamente forte può funzionare a patto che sia rispettata la dignità delle persone eventualmente ritratte o, in generale, della sofferenza vissuta che non deve mai essere scioccante. Anzi, se si riuscisse a trasmettere in una immagine anche la possibile soluzione del problema rappresentato, l’immagine sarebbe “perfetta”. Per chi lavora in comunicazione e raccolta fondi si tratta di una partita complessa, da giocare sull’equilibrio di tanti fattori, e per questo davvero sfidante.

Come hanno reagito a tuo avviso le organizzazioni del Terzo Settore – a livello di immagine di sé proposta al pubblico – in questo periodo? 
Comunicare meglio i propri valori e i propri servizi ora diventa ancora più determinante. Sia nel momento contingente, per offrire un servizio nuovo o per rafforzare quello che già è in essere, ma soprattutto in quel che sarà il “dopo”. Al momento non vedo grandi stravolgimenti nella comunicazione. Alcune ONP hanno saputo reagire più prontamente di altre nel comunicare il proprio bisogno in relazione all’emergenza che stiamo vivendo. Sono rimasto piacevolmente colpito da quelle organizzazioni, principalmente culturali, che hanno messo in campo la possibilità di utilizzare il digitale per consentire di usufruire comunque della loro offerta: queste hanno saputo sfruttare al meglio ciò che avevano già in casa e lo hanno valorizzato offrendo un servizio alla comunità.

Questa crisi riscriverà il modo di guardare e vivere le immagini?
Non credo sinceramente che questa crisi porti ad un modo diverso di utilizzare o vivere le immagini. L’efficacia di un racconto continuerà a risiedere nella sua capacità di raccontare una storia in modo empatico. Ciò che invece mi auguro è che tutto questo possa trasmetterci una maggior consapevolezza della fragilità della nostra società e del nostro pianeta. Il Coronavirus ci ha colpito direttamente e lo lo stiamo vivendo sulla nostra pelle, ma a confronto l’emergenza sui cambiamenti climatici – anche questa planetaria – non ci ha ancora toccato con lo stesso impatto. Ecco, mi auguro che invece le immagini che continuiamo a vedere sulla questione climatica, che ci riguarda tutti come essere umani, possano finalmente veicolare la reale emergenza alla quale dovremmo far fronte nell’immediato futuro.