Essere cooperativa sociale: osare di più. Il parere di Elisabetta Casali

Crescono in modo esponenziale le campagne dedicate alla pandemia Covid19 e le cooperative sociali non sembrano giocare la partita della raccolta fondi. Ne parliamo con Elisabetta Casali di Buona Causa. 

Assistiamo in questi giorni all’aumento di campagne dedicate alla pandemia Covid19, principalmente a sostegno degli ospedali impegnati in prima linea. (Qui l’intervista di qualche giorno fa a Chiara Ceretti con una sua riflessione in merito alle campagne di crowdfunding). Si stanno mobilitando i cittadini, le associazioni, le aziende. Sembra quasi che le cooperative sociali non stiano giocando al partita della raccolta fondi.

Lo abbiamo chiesto a Elisabetta Casali, fondatrice di Buona Causa – fundraising al cuore, consulente che si occupa di raccolta fondi per diverse cooperative sociali.

Vorrei iniziare dicendo che cosa è una cooperativa sociale.

La cooperativa sociale è un’impresa sociale, ha l’obiettivo di promuovere diritti, favorire l’integrazione sociale e lavorativa delle persone più fragili. Opera in favore di minorenni e famiglie, anziani, persone con disabilità, donne sole o con figli, giovani, malati psichiatrici, migranti, tossicodipendenti, ecc.

Le cooperative sociali, parte decisiva e insostituibile del welfare, si fondano sul principio del mutualismo (soci-lavoratori) e si muovono da sempre per e nelle comunità locali attraverso l’impiego di professionisti: educatori, psicologi, assistenti sociali, ecc.

Da un lato gli enti pubblici esternalizzano alle cooperative sociali una quota crescente di servizi sociali, dall’altro esistono fenomeni di auto organizzazione della società civile (cittadini, gruppi informali, associazioni, ecc.) che promuovono la nascita di cooperative sociali per rispondere a bisogni insoddisfatti o per innovare l’offerta di servizi di welfare.

Quali sono le attuali  priorità per le cooperative?

In questa situazione di emergenza le priorità sono tre: la protezione e cura dei beneficiari (nelle comunità di accoglienza, nell’ADM, ecc.), il lavoro dei soci (che coincide poi con la sopravvivenza dell’impresa sociale e dei suoi servizi) e il bene della comunità locale. In quest’ordine.

Voglio dire che c’è un dentro e c’è un fuori. C’è un prima e un dopo.

Le cooperative sociali devono da subito assumere il ruolo del buon padre di famiglia che protegge e si prende cura dei propri figli – molti “figli”, in servizi eterogenei tra loro, con interventi spesso individualizzati – e poi cercare di agire sul contesto esterno per il bene comune, per modificare e agevolare politiche, processi, per creare inclusione e appartenenza. Ruolo articolato e complesso.

Si stanno muovendo lucidamente e rapidamente, 24h su 24, pur con poche certezze sul futuro.

Sì, perché forse non è chiaro a tutti che dopo l’emergenza sanitaria ci sarà quella economica e sociale. E “il carico sociale” di ieri sarà domani molto più pesante.

È importante che il sistema di welfare regga complessivamente e un’iniezione aggiuntiva di risorse economiche, grazie alla raccolta fondi, sarebbe auspicabile per fronteggiare oggi due sfide opposte: la distanza sociale e la vicinanza sociale (il contagio).

Cosa dunque può mettere in atto nel concreto una cooperativa sociale?

Nell’emergenza una cooperativa sociale può raccogliere fondi per alcuni ambiti ben precisi:

  • Protezione – Permane il problema del reperimento e il costo dei presidi sanitari. Esporre al contagio una comunità, una residenza per anziani, equivale in questo momento a fare una carneficina. Gli operatori inoltre, subito dopo i medici e i sanitari, lavorano anche a rischio della propria salute e di quella delle proprie famiglie.
  • Cura – Il lavoro di cura non si ferma e non si fa confinare dal coronavirus. Le persone in questo momento si sentono più che mai sole. È importante esserci, stare vicini alle persone fragili, dare risposte, ma è più difficile seguire le persone a distanza oppure in luoghi e con modalità non sempre adatti alla situazione. Spesso sono necessarie risorse extra: più operatori, più ore, più interventi, più tecnologia, più idee, più competenze.
  • Bene comune – Vuol dire evitare prima di tutto che i beneficiari delle comunità si ammalino e si riversino negli ospedali andando a peggiorare la già difficile situazione sanitaria. Inoltre le cooperative sociali, grazie alle proprie reti e alla capacità di reinventarsi e adattarsi alle situazioni (la ben nota resilienza!), hanno messo in piedi servizi aggiuntivi per tutti, come la consegna della spesa e dei farmaci, il disbrigo di formalità/richieste, l’aiuto a distanza nello studio, la consulenza psicologica, l’autoproduzione di mascherine, ecc.

Quindi le cooperative potrebbero “farcela da sole”?

Essere impresa sociale vuol dire sicuramente “cercare di farcela con le proprie forze”, trovare soluzioni, stringere i denti, cooperare per un obiettivo comune, reinventarsi, innovare, facendo anche dei sacrifici. E le priorità sono chiare: prima vengono le persone, le storie da accogliere (da ascoltare) e il fare.

Ma essere impresa sociale vuol dire anche osare, essere meno timidi, assumersi il ruolo dell’advocacy e della dignità della richiesta, raccontare e valorizzare il proprio lavoro, chiamare a raccolta la comunità. In questo senso la comunicazione, il marketing e il fundraising sono funzioni strategiche, al servizio della sostenibilità e della riconoscibilità di quell’azione tutta protesa alla cura e al bene comune.

Quale indicazione, messaggio vorresti lasciare alle cooperative?

Alle cooperative sociali che stanno affrontando con grande slancio sfide importanti in un contesto completamente inedito, direi che possono farcela anche a “chiedere” e ad affrontare strumenti nuovi : il fundraising e il marketing sociale sono tra questi.

Aggiungerei un messaggio per tutti noi: cittadini, aziende, fondazioni, protagonisti diversi della comunità, possiamo fare la nostra parte per non lasciarle sole e perché possano contare su risorse economiche aggiuntive. Oggi, per l’emergenza, e domani, nel periodo della ricostruzione, per il “di più” che normalmente fanno e progettano per il benessere delle persone, delle comunità locali e della società tutta. (Francesca Mineo)