Essere consulenti oggi per il Terzo Settore, nazionale e internazionale. La forza della rete e delle interconnessioni

La dimensione internazionale della consulenza negli anni di Covid19

Un essere infinitamente piccolo sta mettendo a rischio l’infinitamente grande, il nostro ego, in primis, con la presunzione di vincere sempre e comunque. E la sua unica dimensione è internazionale.

Un ottimo articolo uscito su Internazionale che analizza l’attuale emergenza globale, sanitaria ed economica, ci fa cogliere come oggi la crisi causata da Covid-19 “spezza le catene mondiali del valore che legano in modo strettissimo posti lontani”. L’innovazione di cui ci vantiamo spesso – siamo tutti interconnessi, sempre di più – con altrettanta novità e velocità ci ha colti di sorpresa in luoghi diversi del pianeta.

Potendo riflettere su questi spunti che la vita di questi giorni ci offre inesorabile, ho ripensato al nostro network internazionale di consulenti, Group IFC, al modello ideato nel 1999 da John Baguley a Londra proprio sul presupposto che il cambiamento, anche nel mondo della consulenza, sarebbe avvenuto solo grazie e con l’aiuto dell’interconnessione: persone, competenze, metodologie, visioni a confronto per offrire servizi sempre migliori alle organizzazioni del Terzo Settore nostre clienti, non importa in quale paese esse operassero. Tante consulenze quante sono i clienti, nessuna è uguale a quella precedente ma tutte possono beneficiare della dimensione internazionale di IFC che fa tesoro e mette a fattor comune tutte le esperienze.

Un modello vincente, valido ancora oggi, dopo ventun anni di attività. Il valore di un network internazionale di consulenti come Group IFC è tale anche perché minimizza le crisi locali, valorizza la possibilità di fruire di servizi su scala internazionale nelle stesse forme dello smart working che in questi giorni di isolamento ‘fisico’ permettono invece di lavorare in modo tutt’altro che virtuale.

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Un appuntamento con la business clinic gratuita per enti del terzo settore

Era il 2009 quando sono entrata in Group IFC. Ero a Londra, in occasione della business clinic gratuita First Friday replicata poi negli anni a Milano e in tutte le sedi nazionali IFC, insieme a tante organizzazioni. Ci trovammo a The Hub di King’s Cross, spazio di coworking che aveva il fascino del non luogo e insieme del posto dove certamente qualcosa di bello, innovativo e diverso stava per accadere.

Quello che mi aveva colpito di questo gruppo di fundraiser, manager e comunicatori, era proprio il modello di business: al posto di una agenzia c’era una rete di singoli che lavoravano in gruppo, un insieme di professionisti che guardavano e guardano alla qualità della consulenza, persone di per sé flessibili, con un approccio ‘friendly’ ma professionale verso il cliente, pronte a spostarsi, a comporre e ricomporre team di lavoro a secondo del cliente o del progetto proposto. Un modello anche questo, poi diffuso e replicato, anche a causa di modelli di business meno efficienti e più costosi.

Ascoltando dal Direttore generale dell’OMS quel termine che non volevamo sentire – pandemia – ho ripensato per un attimo agli anni trascorsi, anche se spesso a distanza, insieme a tanti colleghi che vivono in diversi angoli del mondo, con i quali capita di lavorare su progetti internazionali. L’ultimo cronologicamente, è per IFCD – International Fund for Cultural Diversity dell’Unesco per le  (insieme a Bill King e in collaborazione con Marco Palmini di IZI).

Questa rete di professionisti, che a volte sembra essere fatta di maglie larghe, per un attimo si è ristretta e mi ha avvicinato a tutti loro, proprio ora che in Italia siamo costretti all’isolamento, alla stasi, per un periodo definito che di fatto equivale a una navigazione a vista. Scenario che potrebbe replicarsi velocemente altrove.

Una sensazione, questa, che evidentemente ci ha accomunato tutti perché in serata è arrivato un messaggio affettuoso dal fondatore di IFC John Baguley, maestro per tutti noi, una dei pochi colleghi che rappresenta la perfetta sintesi di professionalità, umanità, umiltà. E poi a catena, messaggi, sms, mail dagli amici e colleghi lontani.

Tra le prime parole di John rivolte a noi – che lavoriamo a Milano, Londra, Manchester, Amsterdam, New York, Singapore e altri 7 capitali internazionali – non c’erano questioni legate al business, al fatturato o ai consigli da dare ai nostri clienti; solo parole di affetto e incoraggiamento per noi, per i valori importanti nella vita:

“Mettere la propria salute prima e al di sopra di qualsiasi ragione legata al profitto”.

E ancora: siamo tutti collegati gli uni agli altri. Per mantenere vivi il legame, le competenze, le esperienze e potenzialità di noi professionisti che lavoriamo su questo livello di azione, è importante fermarsi, adesso; congelare per un istante la velocità delle nostre connessioni.

Lasciar passare, tutelandoci, la crisi generata dall’essere infinitamente piccolo, affrontarla, prepararsi insieme per ripartire.

Questo è il nostro modo di lavorare, quello che John Baguley ci ha insegnato e che nel tempo, alla fine, ha sempre ripagato, sotto ogni aspetto. E non perché siamo dei consulenti che possiamo permetterci di restare a braccia conserte: per tutti noi è doveroso lavorare, ricevere un compenso, aiutare le organizzazioni a crescere e, non da ultimo, rafforzare il nostro gruppo. Eppure esiste un’etica del lavoro, verso noi stessi e verso i clienti, irrinunciabile, parte stessa della nostra consulenza.

Oggi, primo giorno di isolamento totale in Italia, penso che – nella fortuna di essere a casa, in famiglia, in salute – questo epocale momento di crisi per tutti, pagato a caro prezzo, rappresenta bene quei ‘tempi interessanti’ cui si riferiva Robert Kennedy in un celebre discorso del 1966. Il detto cinese – May you live in interesting times  una parvenza di augurio con l’intenzione di rivelarsi il contrario, per Kennedy significava senz’altro parlare di tempi di pericolo e incertezza, come questi che stiamo tutti vivendo. 

Ma sono questi i momenti tra i più creativi di sempre, se solo siamo capaci di guardarli anche da un’altra prospettiva.

Così se da un lato ora, insieme ai nostri clienti, è il momento dei recovery plans, della riprogrammazione o anche della resa rispetto a quanto si è perso e quanto si perderà, dall’altro è anche il momento del silenzio, del riflessione, del ripensamento di noi stessi insieme agli altri.

Perché tutto è interconnesso.

Scopriremo nuovi modi di lavorare, daremo maggior valore alla collaborazione e allo stare insieme, toglieremo il superfluo per manipolare solo l’essenziale, come Dino Buzzati asciugava la sua prosa di un capolavoro,  Il deserto dei Tartari.

 

Francesca Mineo direttore IFC Italy (Milano)

francesca.mineo@groupifc.com